Boom di ChromeBook. Mac in discesa

Secondo i dati IDC del primo trimestre 2016, sembrerebbe che un nuovo interessante e inaspettato sorpasso sia avvenuto in fatto di vendite di computer. Da questi dati viene fuori che i computer di Google, i ChromeBook, stiano vendendo decisamente più del loro primo concorrente: due milioni venduti contro i 1,75 milioni di Mac. Un sorpasso che segna un traguardo storico per quei costruttori come Lenovo, HP, Acer e Dell che da  certo momento in poi hanno deciso di produrre questi computer costruiti seguendo l’idea di leggerezza, costo basso e iperconnettività. E certo il fatto che con loro si acceda al sistema operativo Chrome OS non è un fattore di poco conto, che è di certo uno dei motivi per un riscontro simile.

Con un costo che si aggira attorno ai 400 dollari, questi computer hanno spopolato soprattutto nell’ambiente studentesco, tra scuole e università, per tutti quegli studenti che non possono permettersi un computer di ottime prestazioni pagando anche un alto costo di vendita. Insomma, una mossa, quella di Google e dei costruttori partner di questa impresa, indirizzata di certo da determinate scelte e che non poteva che produrre grandi risultati e anche offrire occasione per qualche domanda sul futuro di queste aziende.

418 days ago

Nome Buckypaper, professione: Materiale del Futuro

buckypaper1Il nome in realtà non sembra un granchè impressionante ma, cosa evidente per chi abbia più familiarità con le grandi menti del 900, è un richiamo diretto a Richard Buckminster Fuller, architetto, filosofo ed inventore, da cui, vista la somiglianza con le cupole geodetiche da lui inventate, prendono il nome diversi composti di carbonio detti fullereni,

Il Buckypaper è proprio composto di carbonio, per l’esattezza da molecole che sono 500.000 volte più sottili di un capello umano. La forma grezza di questo materiale è una piatta e superficie che ricorda molto da vicino la vecchia carta carbone con cui da bambini copiavamo i disegni, ma in realtà le potenzialità sono ben superiori rispetto ad un foglio copiativo. Il materiale infatti è potenzialmente 500 volte più resistente dell’acciaio, ultraleggero, ignifugo e ad alta conduttività. Il che significa tante cose e possibili applicazioni.

Gli usi pratici dei fogli in nanotubi di carbonio permetterà sicuramente di dare uno slancio enorme all’elettronica: la batterie potranno essere piccolissime, sottili come fogli sfruttando la conduttività del materiale, dando ai device tecnologici portatili grande durata senza incidere sulle dimensioni. Anche gli schermi potranno essere fatti dello stesso materiale e sicuramente in un futuro non troppo lontano i nostri smartphone o tablet potranno essere sottili fogli di carta completamente touc, leggeri e ripiegabili.

Anche l’industria dei trasporti può beneficiare del buckypaper: i veicoli potranno avere carrozzerie molto più leggere ed allo stesso tempo più sottili, con grande risparmio di carburante. Usando poi la conduttività del materiale e la leggerezza delle carrozerie si potrà dare un grande slancio ai veicoli elettrici che con batterie di buckypaper più leggere e più durature diventeranno più competitivi sul mercato, segnando una svolta ecologica.

Altri possibili campi sono quello militare e della sicurezza, dato che può essere usato per costruire armature antiproiettili ed anti-incendio leggerissime, di cui dotare quindi le forze militari ma anche la polizia ed i vigili del fuoco. Stesse proprietà che potranno essere usate in edilizia.

Al momento il tutto è in fase di studi e di progettazione: purtroppo produrre il buckypaper è ancora molto costoso quindi è difficile pensare che lo vedremo in circolazione presto se non vengono raffinati i processi produttivi.

Questo video dell’Università Statale della California mostra con immagini animate ed in modo comprensibile per tutti il radioso futuro di questo materiale e di noi che lo useremo!

1284 days ago

Fujitsu risponde – come migliorare l’efficienza dei datacenter

“Fujitsu risponde” è una serie di video in cui professionisti del settore IT rispondono a domande che frequentemente si pongono imprenditori e manager italiani. La domanda di oggi è questa: ”Devo garantire alte performance sugli applicativi: che soluzioni storage posso adottare per migliorare l’efficienza del mio datacenter?“.
Oggi le piccole e medie imprese italiane devono confrontarsi con problemi finora tipici delle grandi aziende, seppur con quantità di dati minori in ambito IT. Le soluzioni di storage devono essere semplici, innovative, flessibili, scalabili.

Risponde Alessandro Di Giacomo, responsabile Business Development Storage per Fujitsu. La soluzione proposta si chiama Eternus DX e consente di investire nello storage in maniera efficiente, grazie all’elevata compatibilità tra dischi differenti, alla scalabilità e all’immediatezza dell’interfaccia. La serie di “Fujitsu risponde” continua sul canale Youtube.

2823 days ago

Effetto “modularizzazione”, i data center cambiano look

Sintetica elaborazione di come gli analisti di Gartner pensano poter essere l’evoluzione prossima ventura dei data center aziendali. Non è quindi una personale visione del fenomeno: gli eventuali disappunti li raccolgo volentieri per indirizzarli, con preghiera di risposta, a chi di dovere.

La vision della società di ricerca americana è grossomodo la seguente: nei prossimi anni si imporrà un nuovo approccio architetturale che sostituisce il tradizionale ricorso ai blade server. I data center saranno cioè realizzati con sempre maggiore frequenza in zone o aree funzionali separate, piuttosto che in strutture monolitiche. Per capirsi meglio i data center di domani assomiglieranno alle strutture modulari implementati nei grandi container per movimentazione navale e saranno dotati di sistemi di raffreddamento e alimentazione indipendenti (si potrebbe dire integrati), e quindi tarati in funzione delle specifiche esigenze. Il data center galleggiante di Google è tutt’altra cosa ma il principio di base è simile.

Questa ventata di innovazione nella gesione fisica dei data center apre secondo Gartner un nuovo capitolo sul tema “risparmio energetico” per un semplice motivo: una singola area (i cosiddetti “pod”) può essere estesa, aggiornata o riparata nel caso senza provocare costosi disservizi e fermi macchina di altre zone.

Questa innovazione ha un nome ed è “modularizzazione”. La ricetta d’uso suggerita dagli analisti è la seguente: un data center andrà gestito non più come un sistema omogeneo ma come una struttura modulare, migliorando l’ubicazione delle macchine in zone caratterizzate da diverse densità di calore e dedicando gli impianti di raffreddamento più costosi solo alle zone che ne hanno veramente necessità. Con il vantaggio di effettuare aggiornamenti con continuità e senza lamentare fastidiose inefficienze.

2992 days ago

La sicurezza del cloud? Una questione di cultura

Per gli scettici, il computing a nuvola non può essere affidabile per un semplice motivo: i (propri) dati, fuori dalla (propria) rete non si possono controllare. Ma come la mettiamo allora, insorgono gli adepti del cloud, con le migliaia e migliaia di aziende che spendono milioni di dollari per l’hosting dei dati presso fornitori esterni? Sono questi servizi più sicuri del cloud? Il dibattito è ovviamente aperto ma se fosse realmente pericoloso far girare applicazioni e dati su server e network che non sono quelli aziendali le varie Salesforce.com e Amazon Web Services (per non parlare di Google) non sarebbero quelle che sono. Evitare di comprare nuovi server e di assumere nuovi sistemisti ed esperti di database è un’attività che alle grandi aziende piace particolarmente, meno il fatto di mettere in altrui mani le informazioni più sensibili e vitali per il business.

I cattivi pensieri circa la sicurezza dei sistemi cloud reggono su interrogativi come questi: come vengono trattati i dati gestiti in hosting? Sono costantemente protetti da soluzioni di crittografia e simili? E i controlli degli accessi? Chi mette le mani sui data center di notte? Chiedersi se i propri dati residenti in un’infrastruttura cloud sono sicuri e quanto sono sicuri è più che lecito sia ben chiaro. Meno lecito è avere dei pregiudizi mal sorretti dai fatti. Non che sia dovuto intendere come verità assoluta ciò che affermano i provider dei servizi a nuvola – come Eran Feigenbaum, direttore della sicurezza per Google Apps, secondo cui “il cloud computing può essere sicuro anche più di quanto non lo sia un ambiente informativo tradizionale” – ma neppure essere convinti a priori del contrario.

La sicurezza dei dati, per contro, è una delle chiavi per il successo dei servizi cloud e su questo sono (e siamo) tutti d’accordo. Gli scettici dovrebbero però riflettere sul fatto che i maggiori rischi di perdita dei dati critici derivano o dal comportamento poco virtuoso degli addetti aziendali o dal fatto che l’azienda non sia attrezzata per attivare e gestire un’adeguata policy di sicurezza. Sono quindi più a rischio i database aziendali su cui si collegano i laptop dei dipendenti o i dati che viaggiano su una rete protetta e certificata di un fornitore di servizi cloud? E ancora più banalmente perché non ritenere più affidabile il fatto di operare su informazioni sensibili senza il rischio di lasciarne traccia (a rischio furto o copia) sul computer dell’ufficio?

Rimane il fatto che il sapere i propri dati residenti nel server ubicato nel data center aziendale rende più sicuri e tranquilli i Cio di quanto non lo siano nel caso questi risiedano all’esterno. E allora è forse vero quello che dice Rebecca Wettemann, un vice president della società Nucleus Research: “the security concern with cloud computing is a cultural issue”. Una questione di cultura.

2992 days ago